Tramezzino: 6 curiosità che, forse, non sapevi

Piatto perfetto per aperitivi e compleanni, oppure per un pranzo veloce, ma conosci proprio tutto sul tramezzino? Oggi ti sveliamo 6 curiosità che, forse, non conoscevi. 1. Prima sandwich poi tramezzino Il tramezzino prima di diventare tale e assumere questo nome in tutta Italia, era il sandwich. Nel 1700, John Montagu, quarto conte della contea inglese di Sandwich, durante una partita di carte, per non abbandonare il gioco, ordinò a uno dei suoi servitori del roast beef tra due fette di pane morbido imburrate e senza crosta. Il gesto fu subito copiato dagli altri compagni gioco e così, l’abitudine di consumare il sandwich, durante altre attività, si diffuse rapidamente in tutta Europa, specialmente tra le classi più abbienti. 2. Il tea sandwiches La diffusione in Europa e la sua evoluzione, invece, si deve alla duchessa di Bedford, Anna Maria Stanhope, che nel 1800, troppo affamata prima della cena, decise di accompagnare il classico tè delle 5 con dei piccoli panini. Pane bianco tagliato a triangolo, con burro e cetrioli. La pratica nel 1850 si diffuse in tutta l’Inghilterra, con la comparsa anche dei primi salumi e formaggi, diventando il “tea sandwiches“. 3. Il tramezzino compare in Italia Ma come arriva questo piatto in Italia? Ci arriva nel 1926 quando Angela Demichelis Nebiolo, insieme al marito, tornati dall’America, comprano il Caffè Mulassano, in piazza Castello a Torino, portandosi con sé un tosta pane e iniziando a produrre quella che per l’epoca era una novità toast e tramezzini. Il locale ha subito successo e in particolare questi due piatti che dagli operai di Via Roma e Via Po, viene chiamato per semplicità paninetto. 4. Gabriele D’Annunzio conia il termine tramezzino Gabriele D’Annunzio, attratto da questa nuova prelibatezza, decide di sperimentarla. Il responso è positivo, tanto che ritiene sia necessario dargli un nuovo nome, visto che sandwich risulta essere troppo poco italiano. Così, dato che il piatto va mangiato tra un pasto e l’altro, in un intramezzo, la decisione del nome ricade su “tramezzino”. 5. Il tramezzino veneziano È a Venezia che il tramezzino raggiunge il suo massimo successo. La moda si diffonde in tutti i bar più chic del centro, e la pietanza si abbina sempre a un calice di Spritz o di vino. Il tramezzino a Venezia subisce anche un’evoluzione in quanto il ripieno è assai più generoso, disposto nella parte centrale, mentre i bordi sono schiacciati. Infine, una maggiore morbidezza, conferita sia dalla maionese sia dall’utilizzo di panni bagnati. 6. Le principali farciture Le farciture più diffuse per i tramezzini sono: Prosciutto e funghi Prosciutto e carciofini Prosciutto e formaggio Mozzarella e pomodoro Tonno e uova Tonno e cipolline Gamberi e salsa rosa Pollo e lattuga
Tagliere di salumi e formaggi: come prepararlo
Un tagliere di salumi e formaggi è una proposta molto tradizionale da offrire, come pasto sostitutivo o prima di questo, ma non è un piatto da sottovalutare, nonostante la velocità con cui può essere realizzato. Oggi, ti sveliamo 5 consigli per preparare un perfetto tagliere di salumi e formaggi. 1. Su cosa servire i prodotti? Innanzitutto, individuate su che supporto servire le vostre specialità. Particolarmente indicati per questo piatto sono: Taglieri in legno: utilizzati non per tagliare ma solo per servire, doneranno un tocco rustico e classico. Vassoio in acciaio: una scelta ideale se ami una presentazione minimalista, l’importante è che sia ben lucidato. Vassoio/piatto in ceramica: ideale se si vogliono esaltare i colori naturali di salumi e formaggi. Ardesia e marmo: un vero tocco di classe, valorizzano a pieno questa proposta e, inoltre, sono anche semplici da pulire. 2. Scelta di salumi e formaggi Se vuoi presentare un tagliere di soli formaggi o di soli salumi, l’ideale è scegliere almeno 5 varietà, se, invece, vuoi fare un mix, scegli al massimo 4 varietà di salumi e di formaggi. I prodotti dovranno essere di ottima qualità, meglio se si presenta qualcosa di locale. Dividi tra salumi crudi (prosciutto crudo, salame, speck, pancetta, coppa …) e cotti (arrosto, mortadella, porchetta, prosciutto crudo). Per i formaggi, invece, proponi 1 formaggio fresco (stracchino, mozzarelline, ricotta), 2 formaggi semi stagionati (provola, taleggio, scamorza), 1 formaggio stagionato (parmigiano, grana, pecorino) e 1 formaggio erborinato (gorgonzola, roquefort, stilton). 3. Come tagliarli L’ideale è offrire 2-3 pezzi di ciascun prodotto per commensale, anche per evitare eventuali sprechi. I salumi non vanno tagliati in anticipo, perché tendono a seccarsi velocemente. Mortadella, pancetta, lardo, guanciale, prosciutti e coppa in genere si tagliano in fette molto sottili, mentre i salami, soprattutto se rustici, vanno tagliati a fette trasversali leggermente più spesse. Per i formaggi, invece, i più freschi vanno tagliati grandi o direttamente nella loro forma originale, i semi-stagionati tagliati a tocchetti o stick, stagionati a scaglie. 4. Ordine di degustazione Disponi salumi e formaggi uno a fianco all’altro, senza sovrapporli, l’ordine di degustazione dovrebbe partire da salumi dal sapore più delicato o tendenti al dolce, fino a quelli più saporiti e piccanti. Questo significa che spesso a guidare è la stagionatura. Stesso principio vale per i formaggi, si parte da quelli freschi per poi proseguire in base alla stagionatura e concludere con gli erborinati, che hanno il sapore più deciso. 5. Confetture, miele e crackers Puoi arricchire i tuoi taglieri con diversi abbinamenti: miele, confetture, chutney agropiccanti, mostarde, frutta fresca, pane, grissini, crackers. L’abbinamento miele e formaggio è sempre un’accoppiata vincente: melata e miele di acacia sono perfetti con formaggi piccanti o erborinati, mentre tipologie più amare, come il castagno, sono ottime con formaggi più dolci. Stessa cosa vale per le confetture. Quelle dai sapori acidi vanno abbinate a formaggi delicati, mentre quelle particolarmente dolci a quelli piccanti e sapidi. I salumi, invece, si possono abbinare a diversi tipi di pani e a panificati secchi come crackers e grissini fatti in casa.Ti senti pronto a realizzare i tuoi taglieri di formaggi e salumi? Allora potrebbe interessarti anche “Come organizzare una degustazione a casa”.
Fiori di zucca ripieni: la ricetta

I fiori di zucca sono un prodotto tipico di questa stagione, per cui perché non sfruttarli per una ricetta gustosissima e veloce? INGREDIENTI 20 fiori di zucca 350 g di ricotta 20 acciughine 1 uovo 120g grana grattugiato Pangrattato q.b 200 g di farina ’00 200 g circa di acqua sale 1/2 cucchiaino bicarbonato 1/2 l di li olio di semi di arachidi PREPARAZIONE Lava i fiori di zucca sotto acqua corrente e elimina il pistillo. Prepara la farcitura, unendo ricotta, grana, un uovo e le acciughine tagliate a pezzetti. Mescola il tutto distribuendo omogeneamente i vari ingredienti. Riempi i fiori di zucca con il composto delicatamente, in modo da non rovinarli. Per la pastella, mescola farina, bicarbonato, sale e aggiungi pian piano l’acqua, finché non otterrai un composto semi liquido. A questo punto immergi uno alla volta i fiori, e poi riponili in un piatto. Una volta cosparsi di pastella, fate scaldare l’olio in una padella dai bordi alti, poi immergete pochi pezzi per volta, cuocendoli 30 secondi per lato. Riponi i fiori fritti in una ciotola, foderta di carta assorbente.
5 curiosità sui panzerotti

I panzerotti sono un tipico piatto pugliese, diventato famoso ormai in tutta Italia, grazie al suo sapore unico e al formato che si adatta anche a uno fingerfood. Oggi, ti sveliamo 5 segreti di questa prelibatezza. 1. La differenza tra panzerotto e calzone. La preparazione del panzerotto e del calzone sono molto simili, come anche la forma e le diverse farciture con cui condirlo, Tra i due però c’è una netta differenza. Il panzerotto, infatti, viene fritto in abbondante olio bollente, conferendo all’assaggio un’aggiunta di sapore e croccantezza. 2. Un piatto povero Come molti piatti della tradizione italiana, anche il panzerotto nasce nelle case dei contadini, come piatto povero di ingredienti, da consumare in velocità ma molto sostanzioso. Dopo l’arrivo del pomodoro nel meridione, l’accoppiata con la mozzarella è stata velocemente sdoganata. Tant’è che a Bari nel XVI secolo le massaie preparano un piatto composto di impasto di pane, mozzarella e pomodoro, che poi viene fritto nell’olio. Completa il tutto la chiusura a mezzaluna per non far uscire la farcitura. Nasce così il panzerotto. 3. Panzerotto di panza, panzerotto di sostanza L’origine del nome panzerotto è molto semplice, il termine fa riferimento alla forma dialettale “panza” ossia pancia, in quanto per realizzare questo piatto si forma, a causa della farcitura, come una pancia piena sull’impasto. 4. Pomodoro e mozzarella, ma non solo La versione classica del panzerotto prevede un impasto a base di farina, acqua, lievito e sale, mentre per la farcitura si usano pomodoro e mozzarella. Questo piatto però avendo fatto il giro d’Italia ha subito una serie di variazione a seconda della zona. A Bari si aggiungono le cime di rapa, in Campania i friarielli, in Lazio cubetti di prosciutto. Inoltre, sono state create anche numerose versioni dolci di questo piatto, con creme come nocciolata o marmellata. 5. Quanto grande fare un panzerotto? La tradizione vorrebbe che il panzerotto non fosse più grande di una mano, nella sua lunghezza. Nonostante questo, col passare del tempo sono stati creati vari formati, per assecondare le diverse esigenza della clientela. Si passa ai panzerotti mini, mangiati come antipasti o street food, ai panzerotti grandi quasi come una pizza, per realizzare un pasto completo. Conoscevi queste curiosità sui panzerotti? Allora potrebbe interessarti anche la ricetta dei mini-calzoni.
Gnocchi di ricotta: la ricetta light

Gli gnocchi di ricotta sono un piatto light e delicato, ma anche semplice da preparare. Questi gnocchi sono diversi dai tradizionali gnocchi di patate, poiché la ricotta sostituisce le patate come ingrediente principale. Ecco la lista degli ingredienti necessari per la preparazione degli gnocchi di ricotta per 4 persone. INGREDIENTI 500g di ricotta vaccina 2 uova 1 tazza di farina 00 1/2 cucchiaino di sale 4 cucchiai di Parmigiano Semola q.b. Abbiamo utilizzato: Ricotta PREPARAZIONE [/vc_column_text][vc_column_text]Per preparare gli gnocchi di ricotta, inizia facendo scolare la ricotta per circa 2 ore. Trascorso questo tempo, setaccia la ricotta e mescolala in una ciotola insieme a Parmigiano, uova sbattute, e sale. Effettuato questo passaggio, aggiungi anche la farina poco per volta. Continua a mescolare fino a quando non otterrai un composto omogeneo. Per impastare più agevolmente, ti consigliamo di utilizzare una spianatoia, cosparsa con un po’ di semola. Successivamente, forma dei cilindri con il composto e tagliali a pezzetti della grandezza di una noce. Poi, premi leggermente ogni pezzetto con la forchetta per creare delle striature che aiuteranno a trattenere il sugo. A questo punto, porta a ebollizione una pentola d’acqua salata e cuoci gli gnocchi fino a quando non verranno a galla (circa 2-3 minuti). Ti sconsigliamo di scaldarli tutti insieme, rischieresti di cuocerli in maniera errata. Meglio fare gruppi da 3. Scolali e condiscili con un sugo di tuo gradimento, visto la loro delicatezza un semplice sugo al pomodoro potrebbe essere perfetto. Ti è piaciuta la ricetta degli gnocchi di ricotta? Allora potrebbe interessarti anche i consigli della nostra nutrizionista.
La piadina e i suoi formaggi

Nonostante la focaccia sia una preparazione diffusa, con nomi diversi, in gran parte dei paesi del mondo, alcune varianti, grazie a caratteristiche del tutto peculiari, hanno raggiunto un successo tale da essere considerate specialità a sé stanti. È il caso della Piadina Romagnola. Origini antichissime La piadina altro non è che l’evoluzione di una varietà di cibo consumata dall’uomo sin dalla notte dei tempi. Un alimento menzionato perfino nella Bibbia, dove si fa riferimento al “pane azzimo” di cui si nutrirono gli Ebrei in fuga dall’Egitto. In epoca classica sia i Greci che i Romani ne fecero largo uso: del resto si trattava di una forma di nutrimento estremamente pratica, adatta a soddisfare molteplici esigenze. Poteva fungere da contorno per le vivande nei banchetti, fino a essere razione per i soldati. Le “azdore” preparano la piada Questa tradizione millenaria, secoli dopo, è stata adottata anche dalle massaie romagnole, le cosiddette “azdore”. Usavano preparare la “piada” per sfamare i figli e i mariti di ritorno dal lavoro nei campi. Servendosi di un mattarello, lo “sciadur”, stendevano in sottili sfoglie, di forma rotonda, un impasto a base di farina di grano tenero, acqua, strutto, sale ed un pizzico di bicarbonato. Poi, queste venivano cotte utilizzando una particolare teglia in terracotta, il “testo”. Il chiosco: il “tempio” della piadina Occorre sottolineare che per lungo tempo la specialità rimase, per così dire, confinata tra le mura delle case delle azdore. Fu necessario attendere gli anni ‘60 del secolo scorso affinché venisse commercializzata. Lungo le strade, che portavano alle rinomate spiagge dell’Adriatico, sorsero infatti un gran numero di chioschi, dove squisite “piadine” cominciarono a essere vendute a numerosi turisti italiani e stranieri, desiderosi di un cibo gustoso e al contempo leggero. La piadina: tavolozza del gusto Il successo di questa nuova prelibatezza fu pressoché immediato anche se, in un primo momento, le farciture proposte alla clientela non fossero molte. Una situazione che cambiò nel giro di pochi anni: di pari passo al progressivo incremento del benessere economico, si moltiplicarono anche le varietà offerte al pubblico. Fin da subito venne molto apprezzata la piadina col prosciutto crudo (rigorosamente di Parma), squacquerone e rucola: al giorno d’oggi questa tipologia è unanimemente considerata la più classica. Quale formaggio per la piadina? Sebbene quando si tratta di insaporire una Piadina l’unico limite sia la fantasia, occorre comunque precisare che, per quanto riguarda la scelta del formaggio, sarebbe bene optare per quelli a pasta molle, come ad esempio lo stracchino, la crescenza, la robiola, la mozzarella o la provola affumicata. È proprio la morbidezza a permettere loro di sposarsi al meglio con salumi e verdure. Non mancano comunque esempi di connubi sopraffini che includono prodotti caseari stagionati, come ad esempio la Piadina con porchetta, pecorino e pomodorini secchi, o quella con grana, bresaola e rucola. La piadina IGP Nel 2014 è stato ufficializzato, tramite l’assegnazione dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP), il valore unico, nel contesto del patrimonio gastronomico italiano, della Piadina Romagnola. Questo marchio, infatti, certifica legalmente le caratteristiche del prodotto, difendendolo in questo modo dai numerosi tentativi di imitazione.
I 6 dolci napoletani più famosi nel mondo.

L’Italia è una nazione ricca di dolci tipici, tra i più famosi del mondo troviamo alcune specialità della città di Napoli. Scopri la lista dei 6 dolci napoletani più famosi nel mondo. Napoli, crocevia di culture dolciarie L’abbondanza di specialità dolciarie presenti in questa città, probabilmente, è legato al fatto che il capoluogo partenopeo ha origini antichissime (“Neapolis” era uno dei centri nevralgici della Magna Grecia) e che nel corso dei secoli è stato dominato da un gran numero di popoli, ognuno dei quali gli ha lasciato in eredità uno specifico contributo culturale. In questa sorta di enorme calderone, i sapori greco-romani, quelli arabi, spagnoli e francesi hanno avuto modo di fondersi l’un l’altro, dando vita a preparazioni uniche. Di seguito riportiamo un breve elenco del “meglio del meglio” della produzione dolciaria della città del sole, prelibatezze dai nomi esotici, sempre più apprezzate non solo in Italia ma anche all’estero. 1. Il babà (“O’babbà”) Il babà è un dolce a pasta lievitata, cotto al forno, di dimensioni medio/piccole, facilmente riconoscibile per la tipica forma “a fungo”. Estremamente soffice, è insaporito con una miscela a base di rum (la cosiddetta “bagna”), anche se non mancano gustose varianti guarnite come quelli con panna, creme di vario tipo, cioccolata o frutta. 2. La pastiera La pastiera è una torta di pasta frolla, imbottita con una crema di ricotta vaccina, grano, uova, zucchero, canditi e una profumatissima acqua di fiori d’arancio. Di forma tonda, è facilmente riconoscibile grazie a un intreccio geometrico, realizzato con sottili strisce di impasto che ne impreziosisce la superficie. Nonostante sia nata come specialità Pasquale (alcuni studiosi sostengono possa essere stata inventata da alcune monache), attualmente è disponibile nelle pasticcerie napoletane nel corso di tutto l’anno. 3. La sfogliatella La sfogliatella al giorno d’oggi è disponibile in due varianti: la “frolla”, di forma rotonda e a base di pasta frolla, e la “riccia”, di forma vagamente triangolare, preparata con pasta sfoglia. La farcitura di entrambe le tipologie è la medesima: una crema a base di ricotta vaccina, semolino, zucchero, uova, vaniglia, cannella e frutta candita.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 4. Gli struffoli Gli struffoli sono una sorta di palline, realizzate con un impasto a base di farina, uova, burro e zucchero. Una volta fritte, vengono condite con miele e decorate con frutta candita e piccoli confetti colorati (i “diavolilli”). La specialità, dalle chiare origini arabe, non può mancare sulla tavola nel corso delle festività natalizie. 5. La zeppola di San Giuseppe Sebbene le origini della Zeppola di San Giuseppe siano dibattute, la più antica ricetta scritta di questa specialità giunta fino a noi (contenuta in un trattato di cucina dell’800) ne assegna la paternità alla città di Napoli. La preparazione più classica prevede l’uso di farina, uova e burro per realizzare un impasto, che può essere cotto al forno o fritto. La farcitura è a base di crema pasticciera, amarena e zucchero a velo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 6. La zuppetta o diplomatico L’invenzione della zuppetta fu sicuramente ispirata dal millefoglie francese. A tal proposito, occorre ricordare che nell’Ottocento le famiglie aristocratiche del meridione d’Italia erano solite assumere abili cuochi d’oltralpe (i cosiddetti “monsù”, nomignolo derivato da “monsieur”) per amministrare le loro cucine. Si trattò di una vera e propria moda che diede vita a ricette squisite, ricche di contaminazioni, come appunto la zuppetta.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Questa si distingue dall’originale, a base di pasta sfoglia, per l’aggiunta di strati di pan di Spagna inzuppati nel liquore. Ti è piaciuto quest’articolo? Allora probabilmente apprezzerai quello dedicato alla ricetta delle Zeppole di San Giuseppe.
Caponata di verdure con mozzarella
Cerchi una ricetta vegetariana, ma ricca e gustosa? Prova la nostra caponata di verdure arricchita con mozzarella. INGREDIENTI 2 melanzane 2 pomodori 1 cipolla 2 gambi di sedano 80 g di olive verdi snocciolate 4 cucchiai di passata di pomodoro 1 cucchiaio di capperi 2 cucchiai di aceto di vino bianco 1 cucchiaio di zucchero olio extravergine d’oliva q.b. sale q.b. 50 g di pinoli 1 Bocconcino Nobili Abbiamo utilizzato: Bocconcino PREPARAZIONE Lava le melanzane e tagliale a cubetti di circa 2 cm di lato. Cospargile con sale grosso e lasciale riposare per circa un’ora. Trascorso questo tempo, sciacquale sotto acqua corrente e asciugale con della carta assorbente. In una padella antiaderente, fai dorare le melanzane in olio extravergine d’oliva, per circa 10 minuti. Mettile poi da parte. Taglia a cubetti anche i pomodori, la cipolla, il sedano e le olive. In una padella capiente, fai appassire la cipolla e poi aggiungi la passata di pomodoro, la dadolata di sedano e un po’ di sale. Cuoci per circa 10 minuti e poi aggiungi anche i pomodori, le olive e i capperi. Lascia cuocere per circa 10-15 minuti. Aggiungi le melanzane, l’aceto di vino bianco e lo zucchero, facendo sfumare il tutto. Abbassa la fiamma e lascia cuocere il tutto per altri 10-15 minuti. Infine, aggiungi i pinoli e il Bocconcino Nobili, tagliato a fettine La caponata di verdure arricchita con mozzarella è pronta.Ti è piaciuta questa ricetta? Allora potrebbe interessarti anche la ricetta della “Pasta ai formaggi Nobili“.
Halal e haram, l’Islam nel piatto.

La religione islamica regola gran parte della vita dei propri fedeli: una popolazione enorme, residente non solo nei paesi arabi, ma anche in molte nazioni dell’Occidente. Tra le attività disciplinate da questo culto antichissimo c’è l’alimentazione, considerata di fondamentale importanza per preservare la purezza del corpo e dell’anima. Halal e haram Ed è proprio all’ambito dell’alimentazione che vengono applicate le regole indicate dai termini “halal” e “haram”: parole dal fascino esotico, che significano, rispettivamente, “lecito” (in arabo: حلال) e “proibito” (حرام), con riferimento a ciò che ogni buon musulmano può mangiare e bere, o meno. Si tratta di norme nate dall’esigenza di fornire pratiche utili per vivere al meglio nel deserto e che, col passare dei secoli, si sono trasformate in precetti sacri, la cui osservanza è fondamentale. I cibi “halal” Tra i principali alimenti considerati “halal” ricordiamo: La carne, soprattutto quella ovina e il pollame, in minor misura quella bovina e di cammello. Questa carne deve essere però macellata in modo appropriato (“dhabihah”), ovvero con una rapida e profonda incisione della vena giugulare, della carotide e della trachea, lasciando intatta la spina dorsale dell’animale. Nel corso della procedura il macellaio deve pronunciare il nome di Allah e il sangue deve essere fatto defluire completamente. Spesso questa carne viene tagliata a pezzi e impiegata nella preparazione di stufati con verdure. Alcune tipologie di pesce, soprattutto quello dotato di squame. I cereali, su tutti il riso e il frumento, utilizzato ad esempio per il “cous cous”, una delle più celebri specialità arabe (o, meglio ancora, berbere), il “bulgur” (diffuso soprattutto in Turchia e Tunisia) e la “pita” un pane di forma bassa e tondeggiante, impiegata per accompagnare, tra l’altro, il “kebab”. I legumi, come le fave, le lenticchie e soprattutto i ceci: ingrediente fondamentale di salse come l’ “humus” o di preparazioni come le polpette vegetali “falafel” (molto apprezzate in Egitto, Siria, Giordania, Libano, Israele e Palestina). Il latte e i suoi derivati, tra i quali spiccano un particolare tipo di yogurt, il “labneh”, e i formaggi, come lo “shanklish”. Un’ampia varietà di verdure, frutta secca (come le arachidi e i pistacchi) e soprattutto spezie (tra le quali il cumino, la curcuma, lo zafferano, la cannella, senza dimenticare gli immancabili semi di sesamo). [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] I cibi “haram” Per quanto riguarda i prodotti “haram”, quindi assolutamente vietati, basterà ricordare ad esempio: La carne di maiale e i suoi derivati. Il cinghiale, il coniglio e tutti gli animali carnivori. Va, inoltre, inclusa tutta la carne non macellata in modo rituale. Numerose varietà ittiche, come l’anguilla, il pesce spada, la razza, l’aragosta, l’astice e i frutti di mare. L’alcol nelle sue varie forme, dal vino alla birra e ai distillati. I cibi “mashbooh” Esiste, inoltre, una terza categoria, quella dei cosiddetti cibi “mashbooh”, vale a dire “sospetti” (in arabo: مشبوه), che rappresentano un pericolo per ogni musulmano strettamente osservante. Sono a rischio in quanto potrebbero essere preparati con alcuni ingredienti proibiti, talvolta celati, ad esempio, nei conservanti. In questa categoria ricadono molti prodotti caseari che richiedono una discreta attenzione nella scelta.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] Gli enti certificatori “halal” Considerata la vastità e soprattutto le enormi potenzialità del mercato alimentare destinato alla gente di fede islamica, col tempo sono nate vere e proprie società certificatrici (a loro volta autorizzate dalla “Halal International Authority”), che si occupano di analizzare i prodotti alimentari, attestandone l’appartenenza alla categoria halal, senza che il consumatore debba preoccuparsi di effettuare ulteriori verifiche.
Bacari e cicchetti: Venezia in bocca.

Passeggiare attraverso le “calli”, le strette viuzze che, come un labirinto, segnano la città di Venezia, è un’attività da provare assolutamente. Un’esperienza fuori dal tempo, in un luogo dove è bene camminare lentamente, perché ogni bivio promette di regalare panorami incantevoli. Il “bacaro”: il più antico tra i bar. Un’esperienza che coinvolge tutti i sensi: non ultimo il palato. Capita spesso, infatti, d’imbattersi in un “bacaro”: termine con cui si indicano le tipiche osterie locali. Le origini di questo strano nomignolo non sono chiare: alcuni sostengono derivi dall’espressione dialettale “far bacara” (divertirsi), altri lo legano a Bacco, il dio pagano dell’uva e del piacere, già venerato dagli antichi romani. Entrambe le ipotesi sono valide perché in questi posti, da centinaia di anni, la gente trova svago grazie a un’allegra socialità, agevolata da fiumi di vino e dai cosiddetti “cicchetti”. Tanti “cicchetti” per accompagnare il vino. I “cicchetti”, in veneto “cichéti”, altro non sono che deliziose micro-porzioni di cibo (a tutti gli effetti antenate del moderno “finger food”), nate per accompagnare le “ombre de vin” ma che, col tempo, hanno guadagnato una “dignità” tutta loro, finendo col rappresentare, in piccolo, l’intera gastronomia veneziana, o quasi. Tra le più classiche specialità servite ricordiamo: Le preparazioni a base di pesce, come i crostini al baccalà “mantecato” o “alla vicentina”, i “folpetti” (moscardini), le alici marinate e le celeberrime “sarde in saor”, accompagnate da pane o polenta Le preparazioni a base di carne, come le croccanti polpette, il “musetto”, i “nervetti” e i profumatissimi salumi Le preparazioni a base di verdure fritte, come i fiori di zucca ripieni Le preparazioni a base di formaggio, tra le quali occorre ricordare le tartine con gorgonzola e noci, e la maestosa “mozzarella in carrozza” Le immancabili uova sode con acciuga I bacari più tradizionali: luogo di incontro con i “veneziani DOC” Degustare queste prelibatezze in uno dei bacari più tradizionali, che puoi facilmente distinguere dal mobilio in legno scuro, dà modo di immergersi in un’atmosfera irripetibile, squisitamente popolare. Qui è possibile, infatti, chiacchierare amabilmente con gli ultimi “veneziani DOC, apprezzandone il colorito dialetto. I bacari: un’attrazione turistica irrinunciabile. Con tutto ciò vogliamo dire che a Venezia, oltre alle attrazioni più conosciute, come il Canal Grande, il Ponte di Rialto e Piazza San Marco, ne esiste una irrinunciabile, il “bacaro”: vero e proprio concentrato di storia, gusto, cultura e socialità. Ti è piaciuto questo articolo? Allora potrebbe interessarti anche “Degustazione di formaggi: come farla a casa”