Gnocchi di ricotta: la ricetta light

Gli gnocchi di ricotta sono un piatto light e delicato, ma anche semplice da preparare. Questi gnocchi sono diversi dai tradizionali gnocchi di patate, poiché la ricotta sostituisce le patate come ingrediente principale. Ecco la lista degli ingredienti necessari per la preparazione degli gnocchi di ricotta per 4 persone. INGREDIENTI 500g di ricotta vaccina 2 uova 1 tazza di farina 00 1/2 cucchiaino di sale 4 cucchiai di Parmigiano Semola q.b. Abbiamo utilizzato: Ricotta PREPARAZIONE [/vc_column_text][vc_column_text]Per preparare gli gnocchi di ricotta, inizia facendo scolare la ricotta per circa 2 ore. Trascorso questo tempo, setaccia la ricotta e mescolala in una ciotola insieme a Parmigiano, uova sbattute, e sale. Effettuato questo passaggio, aggiungi anche la farina poco per volta. Continua a mescolare fino a quando non otterrai un composto omogeneo. Per impastare più agevolmente, ti consigliamo di utilizzare una spianatoia, cosparsa con un po’ di semola. Successivamente, forma dei cilindri con il composto e tagliali a pezzetti della grandezza di una noce. Poi, premi leggermente ogni pezzetto con la forchetta per creare delle striature che aiuteranno a trattenere il sugo. A questo punto, porta a ebollizione una pentola d’acqua salata e cuoci gli gnocchi fino a quando non verranno a galla (circa 2-3 minuti). Ti sconsigliamo di scaldarli tutti insieme, rischieresti di cuocerli in maniera errata. Meglio fare gruppi da 3. Scolali e condiscili con un sugo di tuo gradimento, visto la loro delicatezza un semplice sugo al pomodoro potrebbe essere perfetto. Ti è piaciuta la ricetta degli gnocchi di ricotta? Allora potrebbe interessarti anche i consigli della nostra nutrizionista.

La piadina e i suoi formaggi

Nonostante la focaccia sia una preparazione diffusa, con nomi diversi, in gran parte dei paesi del mondo, alcune varianti, grazie a caratteristiche del tutto peculiari, hanno raggiunto un successo tale da essere considerate specialità a sé stanti. È il caso della Piadina Romagnola. Origini antichissime La piadina altro non è che l’evoluzione di una varietà di cibo consumata dall’uomo sin dalla notte dei tempi. Un alimento menzionato perfino nella Bibbia, dove si fa riferimento al “pane azzimo” di cui si nutrirono gli Ebrei in fuga dall’Egitto. In epoca classica sia i Greci che i Romani ne fecero largo uso: del resto si trattava di una forma di nutrimento estremamente pratica, adatta a soddisfare molteplici esigenze. Poteva fungere da contorno per le vivande nei banchetti, fino a essere razione per i soldati. Le “azdore” preparano la piada Questa tradizione millenaria, secoli dopo, è stata adottata anche dalle massaie romagnole, le cosiddette “azdore”. Usavano preparare la “piada” per sfamare i figli e i mariti di ritorno dal lavoro nei campi. Servendosi di un mattarello, lo “sciadur”, stendevano in sottili sfoglie, di forma rotonda, un impasto a base di farina di grano tenero, acqua, strutto, sale ed un pizzico di bicarbonato. Poi, queste venivano cotte utilizzando una particolare teglia in terracotta, il “testo”. Il chiosco: il “tempio” della piadina Occorre sottolineare che per lungo tempo la specialità rimase, per così dire, confinata tra le mura delle case delle azdore. Fu necessario attendere gli anni ‘60 del secolo scorso affinché venisse commercializzata. Lungo le strade, che portavano alle rinomate spiagge dell’Adriatico, sorsero infatti un gran numero di chioschi, dove squisite “piadine” cominciarono a essere vendute a numerosi turisti italiani e stranieri, desiderosi di un cibo gustoso e al contempo leggero. La piadina: tavolozza del gusto Il successo di questa nuova prelibatezza fu pressoché immediato anche se, in un primo momento, le farciture proposte alla clientela non fossero molte. Una situazione che cambiò nel giro di pochi anni: di pari passo al progressivo incremento del benessere economico, si moltiplicarono anche le varietà offerte al pubblico. Fin da subito venne molto apprezzata la piadina col prosciutto crudo (rigorosamente di Parma), squacquerone e rucola: al giorno d’oggi questa tipologia è unanimemente considerata la più classica. Quale formaggio per la piadina? Sebbene quando si tratta di insaporire una Piadina l’unico limite sia la fantasia, occorre comunque precisare che, per quanto riguarda la scelta del formaggio, sarebbe bene optare per quelli a pasta molle, come ad esempio lo stracchino, la crescenza, la robiola, la mozzarella o la provola affumicata. È proprio la morbidezza a permettere loro di sposarsi al meglio con salumi e verdure. Non mancano comunque esempi di connubi sopraffini che includono prodotti caseari stagionati, come ad esempio la Piadina con porchetta, pecorino e pomodorini secchi, o quella con grana, bresaola e rucola. La piadina IGP Nel 2014 è stato ufficializzato, tramite l’assegnazione dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP), il valore unico, nel contesto del patrimonio gastronomico italiano, della Piadina Romagnola.  Questo marchio, infatti, certifica legalmente le caratteristiche del prodotto, difendendolo in questo modo dai numerosi tentativi di imitazione.

I 6 dolci napoletani più famosi nel mondo.

L’Italia è una nazione ricca di dolci tipici, tra i più famosi del mondo troviamo alcune specialità della città di Napoli. Scopri la lista dei 6 dolci napoletani più famosi nel mondo. Napoli, crocevia di culture dolciarie L’abbondanza di specialità dolciarie presenti in questa città, probabilmente, è legato al fatto che il capoluogo partenopeo ha origini antichissime (“Neapolis” era uno dei centri nevralgici della Magna Grecia) e che nel corso dei secoli è stato dominato da un gran numero di popoli, ognuno dei quali gli ha lasciato in eredità uno specifico contributo culturale. In questa sorta di enorme calderone, i sapori greco-romani, quelli arabi, spagnoli e francesi hanno avuto modo di fondersi l’un l’altro, dando vita a preparazioni uniche. Di seguito riportiamo un breve elenco del “meglio del meglio” della produzione dolciaria della città del sole, prelibatezze dai nomi esotici, sempre più apprezzate non solo in Italia ma anche all’estero. 1. Il babà (“O’babbà”) Il babà è un dolce a pasta lievitata, cotto al forno, di dimensioni medio/piccole, facilmente riconoscibile per la tipica forma “a fungo”. Estremamente soffice, è insaporito con una miscela a base di rum (la cosiddetta “bagna”), anche se non mancano gustose varianti guarnite come quelli con panna, creme di vario tipo, cioccolata o frutta. 2. La pastiera La pastiera è una torta di pasta frolla, imbottita con una crema di ricotta vaccina, grano, uova, zucchero, canditi e una profumatissima acqua di fiori d’arancio. Di forma tonda, è facilmente riconoscibile grazie a un intreccio geometrico, realizzato con sottili strisce di impasto che ne impreziosisce la superficie. Nonostante sia nata come specialità Pasquale (alcuni studiosi sostengono possa essere stata inventata da alcune monache), attualmente è disponibile nelle pasticcerie napoletane nel corso di tutto l’anno. 3. La sfogliatella La sfogliatella al giorno d’oggi è disponibile in due varianti: la “frolla”, di forma rotonda e a base di pasta frolla, e la “riccia”, di forma vagamente triangolare, preparata con pasta sfoglia. La farcitura di entrambe le tipologie è la medesima: una crema a base di ricotta vaccina, semolino, zucchero, uova, vaniglia, cannella e frutta candita.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 4. Gli struffoli Gli struffoli sono una sorta di palline, realizzate con un impasto a base di farina, uova, burro e zucchero. Una volta fritte, vengono condite con miele e decorate con frutta candita e piccoli confetti colorati (i “diavolilli”). La specialità, dalle chiare origini arabe, non può mancare sulla tavola nel corso delle festività natalizie. 5. La zeppola di San Giuseppe Sebbene le origini della Zeppola di San Giuseppe siano dibattute, la più antica ricetta scritta di questa specialità giunta fino a noi (contenuta in un trattato di cucina dell’800) ne assegna la paternità alla città di Napoli. La preparazione più classica prevede l’uso di farina, uova e burro per realizzare un impasto, che può essere cotto al forno o fritto. La farcitura è a base di crema pasticciera, amarena e zucchero a velo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 6. La zuppetta o diplomatico L’invenzione della zuppetta fu sicuramente ispirata dal millefoglie francese. A tal proposito, occorre ricordare che nell’Ottocento le famiglie aristocratiche del meridione d’Italia erano solite assumere abili cuochi d’oltralpe (i cosiddetti “monsù”, nomignolo derivato da “monsieur”) per amministrare le loro cucine. Si trattò di una vera e propria moda che diede vita a ricette squisite, ricche di contaminazioni, come appunto la zuppetta.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Questa si distingue dall’originale, a base di pasta sfoglia, per l’aggiunta di strati di pan di Spagna inzuppati nel liquore. Ti è piaciuto quest’articolo? Allora probabilmente apprezzerai quello dedicato alla ricetta delle Zeppole di San Giuseppe.

Caponata di verdure con mozzarella

Cerchi una ricetta vegetariana, ma ricca e gustosa? Prova la nostra caponata di verdure arricchita con mozzarella. INGREDIENTI 2 melanzane 2 pomodori 1 cipolla 2 gambi di sedano 80 g di olive verdi snocciolate 4 cucchiai di passata di pomodoro 1 cucchiaio di capperi 2 cucchiai di aceto di vino bianco 1 cucchiaio di zucchero olio extravergine d’oliva q.b. sale q.b. 50 g di pinoli 1 Bocconcino Nobili Abbiamo utilizzato: Bocconcino PREPARAZIONE Lava le melanzane e tagliale a cubetti di circa 2 cm di lato. Cospargile con sale grosso e lasciale riposare per circa un’ora. Trascorso questo tempo, sciacquale sotto acqua corrente e asciugale con della carta assorbente. In una padella antiaderente, fai dorare le melanzane in olio extravergine d’oliva, per circa 10 minuti. Mettile poi da parte. Taglia a cubetti anche i pomodori, la cipolla, il sedano e le olive. In una padella capiente, fai appassire la cipolla e poi aggiungi la passata di pomodoro, la dadolata di sedano e un po’ di sale. Cuoci per circa 10 minuti e poi aggiungi anche i pomodori, le olive e i capperi. Lascia cuocere per circa 10-15 minuti. Aggiungi le melanzane, l’aceto di vino bianco e lo zucchero, facendo sfumare il tutto. Abbassa la fiamma e lascia cuocere il tutto per altri 10-15 minuti. Infine, aggiungi i pinoli e il Bocconcino Nobili, tagliato a fettine La caponata di verdure arricchita con mozzarella è pronta.Ti è piaciuta questa ricetta? Allora potrebbe interessarti anche la ricetta della “Pasta ai formaggi Nobili“.

Formaggio e aceto balsamico: un binomio perfetto

Il formaggio e l’aceto balsamico sono due tra gli ingredienti più versatili ed apprezzati della gastronomia italiana, non a caso impiegati in un gran numero di preparazioni. Sarà dunque opportuno approfondirne la conoscenza e scoprire perché il loro abbinamento sia in grado di dar vita a un gusto unico, degno della tavola dei più raffinati gourmet.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] Il formaggio, una storia lunga 5000 anni. L’alimento che gli antichi romani chiamavano “caseus”, il formaggio appunto, ha origini antichissime, di gran lunga antecedenti l’età imperiale. Alcuni studiosi ipotizzano che per assistere alla sua nascita occorra risalire al 3000 a.C. (circa) o a un periodo storico addirittura antecedente. È pressoché certo che questa nascita fu dovuta al caso, nel momento in cui un pastore si accorse del prodigioso effetto prodotto dall’accidentale mescolamento di latte e caglio animale. Col passare dei secoli la tecnica di preparazione si affinò, dando vita a un’enorme varietà di prodotti caseari dalle caratteristiche più disparate. L’aceto balsamico, un condimento avvolto nel mistero. Se molto si sa sul formaggio, lo stesso non vale per l’aceto balsamico, che, spesso a causa della vasta offerta nei supermercati, mette in crisi i consumatori nella scelta. Occorrerà dunque fare un po’ di chiarezza. L’aceto balsamico tradizionale: l’“oro nero”. Ciò che al giorno d’oggi conosciamo come “Aceto Balsamico Tradizionale” fu la prima tipologia di aceto balsamico a essere inventata. Sebbene anche in questo caso, per individuare le sue origini, occorrerebbe risalire all’epoca classica, sappiamo per certo che, nel corso del Medioevo, si diffuse la fama di una prelibatezza emiliana degna della tavola di un re, talmente preziosa da essere conservata in piccole boccette d’argento. È più che probabile che quest’ “oro nero” fosse proprio la specialità che, attualmente, conosciamo come aceto balsamico tradizionale e che il suo costo elevato, allora come oggi, fosse dovuto ai tempi particolarmente lunghi necessari alla preparazione. Basti pensare che il suo invecchiamento e la conseguente maturazione possono durare decenni: un lasso di tempo in cui questa eccellenza del gusto si concentra sempre più, riducendo progressivamente il suo volume. La nascita dell’aceto balsamico. Fu proprio l’enorme successo dell’aceto balsamico tradizionale, suggellato nel corso delle Esposizioni Universali che si tennero a cavallo tra la fine del ‘800 e i primi del ‘900 (su tutte quella di Parigi del 1878), a spingere i produttori a ideare un’altra tipologia di questa specialità. Questa era meno densa e dagli aromi più delicati, adatta a un uso quotidiano, e costituiva lo squisito aceto che, tutt’oggi, spesso usiamo per condire. Un aceto che, necessitando di un breve invecchiamento, (60 giorni invece dei 12 anni del “tradizionale”) ha anche un costo più contenuto e quindi accessibile a tutte le tasche. L’abbinamento perfetto. Fatta questa doverosa presentazione del formaggio e dell’aceto balsamico, occorrerà spiegare cosa renda il loro abbinamento tanto speciale. È presto detto: in generale, l’acidità del balsamico si presta a bilanciare, per contrasto, la grassezza del formaggio, creando in bocca uno squisito sodalizio. Entrambi i prodotti sono caratterizzati da un gusto la cui intensità può variare ed è in base a essa che si dovrebbe calibrare l’abbinamento. Ad esempio, per accompagnare formaggi dal sapore deciso, come il gorgonzola, il pecorino stagionato o il Parmigiano Reggiano, sarà bene che la scelta ricada su un balsamico dall’aroma altrettanto forte, ovvero il “tradizionale”. Per formaggi con un gusto, invece, più delicato: come la nostra mozzarella o la ricotta consigliamo un aceto balsamico più delicato, con stagionature non troppo elevate. Per concludere ricordiamo che esistono piatti in cui questo splendido connubio di sapori è in grado di esprimersi al meglio: il risotto al taleggio e balsamico, i tortellini con Parmigiano e balsamico, i fichi con gorgonzola, mascarpone e balsamico. Ti è piaciuto quest’articolo? Immaginiamo che potrà interessarti anche “Degustazione di formaggi: come realizzarla a casa”.

Halal e haram, l’Islam nel piatto.

La religione islamica regola gran parte della vita dei propri fedeli: una popolazione enorme, residente non solo nei paesi arabi, ma anche in molte nazioni dell’Occidente. Tra le attività disciplinate da questo culto antichissimo c’è l’alimentazione, considerata di fondamentale importanza per preservare la purezza del corpo e dell’anima. Halal e haram Ed è proprio all’ambito dell’alimentazione che vengono applicate le regole indicate dai termini “halal” e “haram”: parole dal fascino esotico, che significano, rispettivamente, “lecito” (in arabo: حلال‎) e “proibito” (حرام), con riferimento a ciò che ogni buon musulmano può mangiare e bere, o meno. Si tratta di norme nate dall’esigenza di fornire pratiche utili per vivere al meglio nel deserto e che, col passare dei secoli, si sono trasformate in precetti sacri, la cui osservanza è fondamentale. I cibi “halal” Tra i principali alimenti considerati “halal” ricordiamo: La carne, soprattutto quella ovina e il pollame, in minor misura quella bovina e di cammello. Questa carne deve essere però macellata in modo appropriato (“dhabihah”), ovvero con una rapida e profonda incisione della vena giugulare, della carotide e della trachea, lasciando intatta la spina dorsale dell’animale. Nel corso della procedura il macellaio deve pronunciare il nome di Allah e il sangue deve essere fatto defluire completamente. Spesso questa carne viene tagliata a pezzi e impiegata nella preparazione di stufati con verdure. Alcune tipologie di pesce, soprattutto quello dotato di squame. I cereali, su tutti il riso e il frumento, utilizzato ad esempio per il “cous cous”, una delle più celebri specialità arabe (o, meglio ancora, berbere), il “bulgur” (diffuso soprattutto in Turchia e Tunisia) e la “pita” un pane di forma bassa e tondeggiante, impiegata per accompagnare, tra l’altro, il “kebab”. I legumi, come le fave, le lenticchie e soprattutto i ceci: ingrediente fondamentale di salse come l’ “humus” o di preparazioni come le polpette vegetali “falafel” (molto apprezzate in Egitto, Siria, Giordania, Libano, Israele e Palestina). Il latte e i suoi derivati, tra i quali spiccano un particolare tipo di yogurt, il “labneh”, e i formaggi, come lo “shanklish”. Un’ampia varietà di verdure, frutta secca (come le arachidi e i pistacchi) e soprattutto spezie (tra le quali il cumino, la curcuma, lo zafferano, la cannella, senza dimenticare gli immancabili semi di sesamo). [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] I cibi “haram” Per quanto riguarda i prodotti “haram”, quindi assolutamente vietati, basterà ricordare ad esempio: La carne di maiale e i suoi derivati. Il cinghiale, il coniglio e tutti gli animali carnivori. Va, inoltre, inclusa tutta la carne non macellata in modo rituale. Numerose varietà ittiche, come l’anguilla, il pesce spada, la razza, l’aragosta, l’astice e i frutti di mare. L’alcol nelle sue varie forme, dal vino alla birra e ai distillati. I cibi “mashbooh” Esiste, inoltre, una terza categoria, quella dei cosiddetti cibi “mashbooh”, vale a dire “sospetti” (in arabo: مشبوه), che rappresentano un pericolo per ogni musulmano strettamente osservante. Sono a rischio in quanto potrebbero essere preparati con alcuni ingredienti proibiti, talvolta celati, ad esempio, nei conservanti. In questa categoria ricadono molti prodotti caseari che richiedono una discreta attenzione nella scelta.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] Gli enti certificatori “halal” Considerata la vastità e soprattutto le enormi potenzialità del mercato alimentare destinato alla gente di fede islamica, col tempo sono nate vere e proprie società certificatrici (a loro volta autorizzate dalla “Halal International Authority”), che si occupano di analizzare i prodotti alimentari, attestandone l’appartenenza alla categoria halal, senza che il consumatore debba preoccuparsi di effettuare ulteriori verifiche.

Bacari e cicchetti: Venezia in bocca.

Passeggiare attraverso le “calli”, le strette viuzze che, come un labirinto, segnano la città di Venezia, è un’attività da provare assolutamente. Un’esperienza fuori dal tempo, in un luogo dove è bene camminare lentamente, perché ogni bivio promette di regalare panorami incantevoli. Il “bacaro”: il più antico tra i bar. Un’esperienza che coinvolge tutti i sensi: non ultimo il palato. Capita spesso, infatti, d’imbattersi in un “bacaro”: termine con cui si indicano le tipiche osterie locali. Le origini di questo strano nomignolo non sono chiare: alcuni sostengono derivi dall’espressione dialettale “far bacara” (divertirsi), altri lo legano a Bacco, il dio pagano dell’uva e del piacere, già venerato dagli antichi romani. Entrambe le ipotesi sono valide perché in questi posti, da centinaia di anni, la gente trova svago grazie a un’allegra socialità, agevolata da fiumi di vino e dai cosiddetti “cicchetti”. Tanti “cicchetti” per accompagnare il vino. I “cicchetti”, in veneto “cichéti”, altro non sono che deliziose micro-porzioni di cibo (a tutti gli effetti antenate del moderno “finger food”), nate per accompagnare le “ombre de vin” ma che, col tempo, hanno guadagnato una “dignità” tutta loro, finendo col rappresentare, in piccolo, l’intera gastronomia veneziana, o quasi. Tra le più classiche specialità servite ricordiamo: Le preparazioni a base di pesce, come i crostini al baccalà “mantecato” o “alla vicentina”, i “folpetti” (moscardini), le alici marinate e le celeberrime “sarde in saor”, accompagnate da pane o polenta Le preparazioni a base di carne, come le croccanti polpette, il “musetto”, i “nervetti” e i profumatissimi salumi Le preparazioni a base di verdure fritte, come i fiori di zucca ripieni Le preparazioni a base di formaggio, tra le quali occorre ricordare le tartine con gorgonzola e noci, e la maestosa “mozzarella in carrozza” Le immancabili uova sode con acciuga I bacari più tradizionali: luogo di incontro con i “veneziani DOC” Degustare queste prelibatezze in uno dei bacari più tradizionali, che puoi facilmente distinguere dal mobilio in legno scuro, dà modo di immergersi in un’atmosfera irripetibile, squisitamente popolare. Qui è possibile, infatti, chiacchierare amabilmente con gli ultimi “veneziani DOC, apprezzandone il colorito dialetto. I bacari: un’attrazione turistica irrinunciabile. Con tutto ciò vogliamo dire che a Venezia, oltre alle attrazioni più conosciute, come il Canal Grande, il Ponte di Rialto e Piazza San Marco, ne esiste una irrinunciabile, il “bacaro”: vero e proprio concentrato di storia, gusto, cultura e socialità. Ti è piaciuto questo articolo? Allora potrebbe interessarti anche “Degustazione di formaggi: come farla a casa”

Ricetta: polpette di zucchine e mozzarella

Perfette per un aperitivo o come secondo patto, oggi vi proponiamo la ricetta delle polpette vegetariane con zucchine e mozzarella. INGREDIENTI zucchine 2 fiorita Nobili 1 confezione da 250 g parmigiano grattugiato 2 cucchiai uovo 1 pangrattato 6 cucchiai maggiorana fresca q.b. aglio 1 spicchio olio extra vergine d’oliva q.b. sale q.b. pepe q.b. olio di semi d’arachide per friggere Abbiamo utilizzato: Fiorita Nobili PREPARAZIONE Lavate e tagliate le zucchine a tocchetti. Fatele cuocere in una padella anti-aderente con l’olio e uno spicchio d’aglio. Quando saranno tenere, fatele raffrettare, poi schiacciatele con una forchetta in una ciotola con il parmigiano, il pangrattato, l’uovo, la mozzarella tagliata a dadini piccoli, la maggiorana, il sale e il pepe. Impastate tutto fino a ottenere un composto omogeneo, poi formate delle polpettine e passatele nel pangrattato. Una volta mescolati gli ingredienti, aggiungi 3 cucchiai di pangrattato poco per volta, finché non otterrai un composto malleabile, per formare le polpette. Friggi le polpette in olio bollente fino a quando saranno dorate, scolatele e fatele asciugare prima di servirle.

Le 10 pizze più costose in Italia

La pizza è un cibo conosciutissimo in tutto il mondo, infatti i pizzaioli quotidianamente si sfidano nel trovare la ricetta più originale, combinando impasti e condimenti. Mai come in questo periodo hanno fatto parlare di sé alcune proposte gourmet dai prezzi decisamente alti. Oggi vi sveliamo le 10 pizze più costose d’Italia, o almeno quelle più note. 10) PIZZA MARGHERITA (22 euro) Al bistrot di Carlo Cracco in Galleria Vittorio Emanuele a Milano viene servita la pizza margherita che ha tanto fatto discutere. L’abbiamo messa al decimo posto… ma la classifica dovrebbe essere molto più lunga per contenere tutte le pizze gourmet più diffuse. 9) ANTONIUS MUSA (44 euro) Tra gli ingredienti sfoggia caviale, uova di quaglia, uova rosse di salmone, panna acida e una spolverata d’oro alimentare a 23 carati. Viene servita dal ristorante Corte dei Medici di Catania. 8) SASHIMI DI GAMBERO (49 euro) La si può gustare alla pizzeria Ai Tigli di San Bonifacio (Verona) e tra i suoi ingredienti comprende: Sashimi di Gambero Rosso, burrata, “alga” di cavolo nero. 7) FIGAZZA 24 GOLD (50 euro) Proposta dalla Pizzeria Farlon di Fassola, in Veneto. È caratterizzata dalla presenza di una mozzarella da 300 grammi che quando viene tagliata sprigiona una cascata di bocconcini e panna fresca. L’impasto è lievitato 144 ore e tra i vari ingredienti vanta l’olio aromatizzato alle cinque spezie, il pesto di basilico e l’oro alimentare da 24 carati. 6) PATA NEGRA (65 euro) È la famosa pizza proposta da Flavio Briatore nella sua catena di locali Crazy Pizza, con un particolare tipo di prosciutto iberico pregiato, il “pata negra”. 5) 60 GRAMMI (90 euro) A metà classifica abbiamo la pizza con caviale Calvisius e burro di Normandia proposta a bagnolo di Mella (BS) da Sirani, il locale di Nerio Beghi, esperto in lievitati. 4) 4+4 (95 euro) Al quarto posto e con soli 5 euro in più della sua compagna, sempre da Sirani a Bagnolo di Mella (BS), si può gustare la 4+4 con scampi corona, gamberi carabineros e focaccia in pinzimonio. I carabineros sono gamberi rossi molto ricercati, considerati i più buoni del mondo. 3) MIMI LA REGINA D’ORO 24K (99 euro) È composta da fior di latte, salsa di pomodoro, 200 grammi di burrata di bufala e foglie e sfilacci d’oro commestibili al 100%. Viene proposta dalla pizzeria Robert di Jesolo. 2) OSTRICA ROSA (1.000 euro) Un fuori menu da richiedere in anticipo, anche per la sua lunga lievitazione, al ristorante Tablà di Adria, in provincia di Rovigo, è una proposta che vanta Ostriche rosa De Tarbouriech del Delta del Po, caviale di lime, plancton marino, gel di Franciacorta Bellavista Rosè e Foglie d’oro. Rigorosamente da gustare con posate in oro massiccio. 1) PIZZA LUIGI XIII (8.300 euro) La Luigi XIII, creata dallo chef Renato Viola, di Agropoli (Sa) costa 8.300 euro e viene servita direttamente a domicilio dal mastro pizzaiolo in persona, insieme a uno sommelier e uno chef, su stoviglie da collezione. Per quanto riguarda gli ingredienti: la farina rigorosamente biologica, lievito naturale e lievito di birra, il sale di Murrey River, Caviale Oscietra Reale Prestigio, Caviar Kaspia Oscietra Reale Classico, Caviar Kaspia di Beluga, Gamberoni rossi di Acciaroli (Cilento), Aragosta di Palinuro (Aragosta Palinurus Elephas), Cicala del Mediterraneo (Squilla mantis), Mozzarella di bufala campana.Per avere una pizza di qualità con ottimi ingredienti a prezzi più contenuti basta scegliere materie prime pregiate e del proprio territorio, come la nostra mozzarella per pizza. Ti è piaciuto questo articolo sulle 10 pizze più costose di’italia? Allora potrebbe interessarti anche le 10 pizze più costose del mondo.

I posti più strani dove stagionare i formaggi.

In Italia esistono moltissimi tipi di formaggio, noi del Caseificio Nobili siamo esperti nella preparazione di formaggi freschi, ma la stagionatura è un argomento sempre molto interessante. Sapevi, ad esempio che grotte e cantine vengono ancora utilizzate a questo scopo? Per questo tipo di stagionatura e conservazione i materiali con sono state costruite o scavate hanno una particolare importanza. Particolarmente adatti sono i materiali lapidei porosi, come il tufo e le rocce calcaree e arenarie, che mantengono più stabile la temperatura. Di norma la temperatura è tra i 10 e i 15°C con una percentuale costante di alta umidità (80 – 90%), che non deve superare il 90% onde evitare la formazione di muffe. Formaggi stagionati in grotta I formaggi pecorini di grotta sono formaggi a lunga stagionatura prodotti con latte di pecore e maturati nelle grotte per circa sei mesi, finché la pasta non diventa dura e friabile. Ne sono un esempio il Pecorino di Filiano DOP e il Pecorino Romano DOP. Il Pecorino di Filiano di Potenza è stagionato in grotte di tufo mentre il Pecorino Romano utilizza grotte Etrusco-Romane presenti in tutte le province del Lazio. Il Formaggio Grotta del Caglieron della provincia di Treviso è invece di latte vaccino e stagionato in grotte di pietra arenaria per una durata compresa tra i 60 e i 90 giorni. Tra i formaggi vaccini stagionati in grotta ricordiamo anche i diversi tipi di Caciocavallo Pugliese e Irpino. Formaggi di fossa La terra del formaggio di fossa si estende da Talamello, in provincia di Rimini, passa per Sogliano, e arriva al confine con le Marche fino alle valli del Montefeltro e del Metauro. Il formaggio viene messo in sacchetti di tela bianca e adagiati a strati nelle tipiche fosse ovali di tufo. Può essere di pure latte di pecora, di vacca, misto oppure di bufala. Formaggi stagionati in miniere e tunnel ferroviari A Valpelline, in Val d’Aosta, esiste un magazzino di stagionatura per la Fontina che è stato ricavato in un’antica miniera di rame, sfruttata fino al 1946. Le rotaie di estrazione del minerale sono oggi utilizzate per movimentare le forme di formaggio. Anche in Valtrompia (BS), Valserina e Valbrembana (BG) esistono miniere che vengono oggi utilizzate per la stagionatura di diversi formaggi locali. In Francia il tunnel ferroviario de La Collonge è stato adattato perfettamente per la stagionatura di un formaggio locale. Formaggi stagionati in castelli e prigioni Castelli e roccaforti, grazie alla loro struttura, possono essere utilizzati per la stagionatura dei formaggi all’interno di apposite aree allestite nei sotterranei. È il caso, ad esempio, del Castello di Schio, in provincia di Vicenza, che viene utilizzato per la stagionatura di prodotti agricoli e alimentari dal 2010. Hai mai provato un formaggio stagionato in una antica prigione medioevale? In alcune zone d’Italia, come a Sogliano al Rubicone (FC), esiste questa possibilità.Ti ha incuriosito questo articolo? Forse potrebbe interessarti conoscere anche i latti più strani per fare i formaggi.

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