Tramezzino: 6 curiosità che, forse, non sapevi

Piatto perfetto per aperitivi e compleanni, oppure per un pranzo veloce, ma conosci proprio tutto sul tramezzino? Oggi ti sveliamo 6 curiosità che, forse, non conoscevi. 1. Prima sandwich poi tramezzino Il tramezzino prima di diventare tale e assumere questo nome in tutta Italia, era il sandwich. Nel 1700, John Montagu, quarto conte della contea inglese di Sandwich, durante una partita di carte, per non abbandonare il gioco, ordinò a uno dei suoi servitori del roast beef tra due fette di pane morbido imburrate e senza crosta. Il gesto fu subito copiato dagli altri compagni gioco e così, l’abitudine di consumare il sandwich, durante altre attività, si diffuse rapidamente in tutta Europa, specialmente tra le classi più abbienti. 2. Il tea sandwiches La diffusione in Europa e la sua evoluzione, invece, si deve alla duchessa di Bedford, Anna Maria Stanhope, che nel 1800, troppo affamata prima della cena, decise di accompagnare il classico tè delle 5 con dei piccoli panini. Pane bianco tagliato a triangolo, con burro e cetrioli. La pratica nel 1850 si diffuse in tutta l’Inghilterra, con la comparsa anche dei primi salumi e formaggi, diventando il “tea sandwiches“. 3. Il tramezzino compare in Italia Ma come arriva questo piatto in Italia? Ci arriva nel 1926 quando Angela Demichelis Nebiolo, insieme al marito, tornati dall’America, comprano il Caffè Mulassano, in piazza Castello a Torino, portandosi con sé un tosta pane e iniziando a produrre quella che per l’epoca era una novità toast e tramezzini. Il locale ha subito successo e in particolare questi due piatti che dagli operai di Via Roma e Via Po, viene chiamato per semplicità paninetto. 4. Gabriele D’Annunzio conia il termine tramezzino Gabriele D’Annunzio, attratto da questa nuova prelibatezza, decide di sperimentarla. Il responso è positivo, tanto che ritiene sia necessario dargli un nuovo nome, visto che sandwich risulta essere troppo poco italiano. Così, dato che il piatto va mangiato tra un pasto e l’altro, in un intramezzo, la decisione del nome ricade su “tramezzino”. 5. Il tramezzino veneziano È a Venezia che il tramezzino raggiunge il suo massimo successo. La moda si diffonde in tutti i bar più chic del centro, e la pietanza si abbina sempre a un calice di Spritz o di vino. Il tramezzino a Venezia subisce anche un’evoluzione in quanto il ripieno è assai più generoso, disposto nella parte centrale, mentre i bordi sono schiacciati. Infine, una maggiore morbidezza, conferita sia dalla maionese sia dall’utilizzo di panni bagnati. 6. Le principali farciture Le farciture più diffuse per i tramezzini sono: Prosciutto e funghi Prosciutto e carciofini Prosciutto e formaggio Mozzarella e pomodoro Tonno e uova Tonno e cipolline Gamberi e salsa rosa Pollo e lattuga

Pizze innovative: 8 impasti da provare

Utilizzare e sperimentare farine diverse per gli impasti delle tue pizze, può aiutarti a rinnovare non solo l’immagine della tua pizzeria, ma anche la tua clientela. Infatti, se comunicata al meglio questa scelta e informata la clientela, in modo tale da giustificare un prezzo medio più alto, nel medio-lungo termine si riscontreranno i risultati. 1. Farine di grano Questa tipologia di farina è ovviamente la più utilizzata, perché particolarmente adatta alla creazione della maglia glutinica, in particolare vengono usate farine molto raffinate per la semplicità di lavorazione. Un primo elemento di cambiamento potrebbe essere proprio l’utilizzo di farine meno raffinate, più ricche dal punto di vista organolettico e nutrizionale, con un profumo di grano più presente.  Farine di tipo 1 e 2 costituiscono una via intermedia tra gusto e facilità di lavorazione, inoltre, grazie al maggior contenuto di proteine consentono una maggiore idratazione dell’impasto. 2. Farina integrale Le pizze realizzate con farine integrale risultano essere più scure e con un sapore di grano più accentuato. La farina integrale è più completa dal punto di vista nutrizionale, infatti, subendo un solo processo di macinazione, è più ricca di fibre, sali minerali, aminoacidi e vitamine. Questo le rende più digeribili e consigliate per chi soffre di diabete o è a dieta. Per la preparazione dell’impasto, questo tipo di farina è più difficile da lavorare, infatti la maggiore presenza di fibre non consente al glutine di legarsi con la stessa facilità. L’impasto, inoltre, tende ad asciugarsi più rapidamente, perché le farine integrali assorbono molta più acqua delle farine raffinate. Anche i tempi di lievitazione aumentano, infatti sono necessarie almeno 48 ore di riposo prima di lavorare l’imposto. 3. Farina di riso Povera di sodio e colesterolo, è particolarmente indicata a celiaci e intolleranti, per l’assenza di glutine. Si tratta di una farina debole e senza maglia glutinica, per questo motivo ha bisogno più tempo per lievitare. Non è facile impastarla perché risulta friabile e non elastica. Ricca di vitamine e sali minerali. 4. Farina di farro Ricca di vitamine e sali minerali, ma povera di grassi, ha una quantità di fibre e proteine che la rende adatta a impasti ad alta idratazione e lievitazione. Ha un discreto potere saziante ed essendo ricca di fibre, l’indice glicemico della farina di farro è ridotto, pertanto, è adatta anche in caso di diabete o glicemia alterata. 5. Farina di legumi Le farine di legumi più adatte per la realizzazione della pizza sono quelle di ceci, fagioli, piselli e lenticchie. Infatti, sono ricche di proteine, minerali e vitamine, ma soprattutto risultano particolarmente gustose. Sono molto versatili perché possono essere usate sia in purezza, ottenendo così impasti senza glutine, o unite ad altri tipi di farine. 6. Farina di semi di canapa Si ottiene con la macinazione di semi sativi, ha ottime qualità organolettiche e nutrizionali, infatti, è ricca di sali minerali, vitamine e antiossidanti. Risulta molto profumata e adatta a impasti semintegrali ad alta idratazione. 7. Farina di carbone vegetale Si ottiene dalla macinazione del carbone naturale, ricavato dalla cottura del legname. Grazie alle sue caratteristiche rende l’impasto facilmente digeribile e crea un ottimo contrasto cromatico con il pomodoro e la mozzarella. Contiene poco colesterolo e il suo apporto di fibre è particolarmente abbondante. 8. Farina di Manitoba La farina di Manitoba è perfetta per impasti a lunga lievitazione. Viene impiegata solo nella forma 00, per favorirne la digestione, e viene miscelata alle farine più deboli, insieme a pochissimo lievito, per ottenere pizze soffici e croccanti allo stesso tempo.Ti è stato utile questo articolo sui tipi di impasti per pizza? Allora potrebbe interessarti anche perché la mozzarella è il miglior formaggio per la pizza.

Fiori di zucca ripieni: la ricetta

I fiori di zucca sono un prodotto tipico di questa stagione, per cui perché non sfruttarli per una ricetta gustosissima e veloce? INGREDIENTI 20 fiori di zucca 350 g di ricotta 20 acciughine 1 uovo 120g grana grattugiato Pangrattato q.b 200 g di farina ’00 200 g circa di acqua sale 1/2 cucchiaino bicarbonato 1/2 l di li olio di semi di arachidi PREPARAZIONE Lava i fiori di zucca sotto acqua corrente e elimina il pistillo. Prepara la farcitura, unendo ricotta, grana, un uovo e le acciughine tagliate a pezzetti. Mescola il tutto distribuendo omogeneamente i vari ingredienti. Riempi i fiori di zucca con il composto delicatamente, in modo da non rovinarli. Per la pastella, mescola farina, bicarbonato, sale e aggiungi pian piano l’acqua, finché non otterrai un composto semi liquido. A questo punto immergi uno alla volta i fiori, e poi riponili in un piatto. Una volta cosparsi di pastella, fate scaldare l’olio in una padella dai bordi alti, poi immergete pochi pezzi per volta, cuocendoli 30 secondi per lato. Riponi i fiori fritti in una ciotola, foderta di carta assorbente.

5 curiosità sui panzerotti

I panzerotti sono un tipico piatto pugliese, diventato famoso ormai in tutta Italia, grazie al suo sapore unico e al formato che si adatta anche a uno fingerfood. Oggi, ti sveliamo 5 segreti di questa prelibatezza. 1. La differenza tra panzerotto e calzone. La preparazione del panzerotto e del calzone sono molto simili, come anche la forma e le diverse farciture con cui condirlo, Tra i due però c’è una netta differenza. Il panzerotto, infatti, viene fritto in abbondante olio bollente, conferendo all’assaggio un’aggiunta di sapore e croccantezza. 2. Un piatto povero Come molti piatti della tradizione italiana, anche il panzerotto nasce nelle case dei contadini, come piatto povero di ingredienti, da consumare in velocità ma molto sostanzioso. Dopo l’arrivo del pomodoro nel meridione, l’accoppiata con la mozzarella è stata velocemente sdoganata. Tant’è che a Bari nel XVI secolo le massaie preparano un piatto composto di impasto di pane, mozzarella e pomodoro, che poi viene fritto nell’olio. Completa il tutto la chiusura a mezzaluna per non far uscire la farcitura. Nasce così il panzerotto. 3. Panzerotto di panza, panzerotto di sostanza L’origine del nome panzerotto è molto semplice, il termine fa riferimento alla forma dialettale “panza” ossia pancia, in quanto per realizzare questo piatto si forma, a causa della farcitura, come una pancia piena sull’impasto. 4. Pomodoro e mozzarella, ma non solo La versione classica del panzerotto prevede un impasto a base di farina, acqua, lievito e sale, mentre per la farcitura si usano pomodoro e mozzarella.  Questo piatto però avendo fatto il giro d’Italia ha subito una serie di variazione a seconda della zona. A Bari si aggiungono le cime di rapa, in Campania i friarielli, in Lazio cubetti di prosciutto. Inoltre, sono state create anche numerose versioni dolci di questo piatto, con creme come nocciolata o marmellata. 5. Quanto grande fare un panzerotto? La tradizione vorrebbe che il panzerotto non fosse più grande di una mano, nella sua lunghezza. Nonostante questo, col passare del tempo sono stati creati vari formati, per assecondare le diverse esigenza della clientela. Si passa ai panzerotti mini, mangiati come antipasti o street food, ai panzerotti grandi quasi come una pizza, per realizzare un pasto completo. Conoscevi queste curiosità sui panzerotti? Allora potrebbe interessarti anche la ricetta dei mini-calzoni.

Gnocchi di ricotta: la ricetta light

Gli gnocchi di ricotta sono un piatto light e delicato, ma anche semplice da preparare. Questi gnocchi sono diversi dai tradizionali gnocchi di patate, poiché la ricotta sostituisce le patate come ingrediente principale. Ecco la lista degli ingredienti necessari per la preparazione degli gnocchi di ricotta per 4 persone. INGREDIENTI 500g di ricotta vaccina 2 uova 1 tazza di farina 00 1/2 cucchiaino di sale 4 cucchiai di Parmigiano Semola q.b. Abbiamo utilizzato: Ricotta PREPARAZIONE [/vc_column_text][vc_column_text]Per preparare gli gnocchi di ricotta, inizia facendo scolare la ricotta per circa 2 ore. Trascorso questo tempo, setaccia la ricotta e mescolala in una ciotola insieme a Parmigiano, uova sbattute, e sale. Effettuato questo passaggio, aggiungi anche la farina poco per volta. Continua a mescolare fino a quando non otterrai un composto omogeneo. Per impastare più agevolmente, ti consigliamo di utilizzare una spianatoia, cosparsa con un po’ di semola. Successivamente, forma dei cilindri con il composto e tagliali a pezzetti della grandezza di una noce. Poi, premi leggermente ogni pezzetto con la forchetta per creare delle striature che aiuteranno a trattenere il sugo. A questo punto, porta a ebollizione una pentola d’acqua salata e cuoci gli gnocchi fino a quando non verranno a galla (circa 2-3 minuti). Ti sconsigliamo di scaldarli tutti insieme, rischieresti di cuocerli in maniera errata. Meglio fare gruppi da 3. Scolali e condiscili con un sugo di tuo gradimento, visto la loro delicatezza un semplice sugo al pomodoro potrebbe essere perfetto. Ti è piaciuta la ricetta degli gnocchi di ricotta? Allora potrebbe interessarti anche i consigli della nostra nutrizionista.

La piadina e i suoi formaggi

Nonostante la focaccia sia una preparazione diffusa, con nomi diversi, in gran parte dei paesi del mondo, alcune varianti, grazie a caratteristiche del tutto peculiari, hanno raggiunto un successo tale da essere considerate specialità a sé stanti. È il caso della Piadina Romagnola. Origini antichissime La piadina altro non è che l’evoluzione di una varietà di cibo consumata dall’uomo sin dalla notte dei tempi. Un alimento menzionato perfino nella Bibbia, dove si fa riferimento al “pane azzimo” di cui si nutrirono gli Ebrei in fuga dall’Egitto. In epoca classica sia i Greci che i Romani ne fecero largo uso: del resto si trattava di una forma di nutrimento estremamente pratica, adatta a soddisfare molteplici esigenze. Poteva fungere da contorno per le vivande nei banchetti, fino a essere razione per i soldati. Le “azdore” preparano la piada Questa tradizione millenaria, secoli dopo, è stata adottata anche dalle massaie romagnole, le cosiddette “azdore”. Usavano preparare la “piada” per sfamare i figli e i mariti di ritorno dal lavoro nei campi. Servendosi di un mattarello, lo “sciadur”, stendevano in sottili sfoglie, di forma rotonda, un impasto a base di farina di grano tenero, acqua, strutto, sale ed un pizzico di bicarbonato. Poi, queste venivano cotte utilizzando una particolare teglia in terracotta, il “testo”. Il chiosco: il “tempio” della piadina Occorre sottolineare che per lungo tempo la specialità rimase, per così dire, confinata tra le mura delle case delle azdore. Fu necessario attendere gli anni ‘60 del secolo scorso affinché venisse commercializzata. Lungo le strade, che portavano alle rinomate spiagge dell’Adriatico, sorsero infatti un gran numero di chioschi, dove squisite “piadine” cominciarono a essere vendute a numerosi turisti italiani e stranieri, desiderosi di un cibo gustoso e al contempo leggero. La piadina: tavolozza del gusto Il successo di questa nuova prelibatezza fu pressoché immediato anche se, in un primo momento, le farciture proposte alla clientela non fossero molte. Una situazione che cambiò nel giro di pochi anni: di pari passo al progressivo incremento del benessere economico, si moltiplicarono anche le varietà offerte al pubblico. Fin da subito venne molto apprezzata la piadina col prosciutto crudo (rigorosamente di Parma), squacquerone e rucola: al giorno d’oggi questa tipologia è unanimemente considerata la più classica. Quale formaggio per la piadina? Sebbene quando si tratta di insaporire una Piadina l’unico limite sia la fantasia, occorre comunque precisare che, per quanto riguarda la scelta del formaggio, sarebbe bene optare per quelli a pasta molle, come ad esempio lo stracchino, la crescenza, la robiola, la mozzarella o la provola affumicata. È proprio la morbidezza a permettere loro di sposarsi al meglio con salumi e verdure. Non mancano comunque esempi di connubi sopraffini che includono prodotti caseari stagionati, come ad esempio la Piadina con porchetta, pecorino e pomodorini secchi, o quella con grana, bresaola e rucola. La piadina IGP Nel 2014 è stato ufficializzato, tramite l’assegnazione dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP), il valore unico, nel contesto del patrimonio gastronomico italiano, della Piadina Romagnola.  Questo marchio, infatti, certifica legalmente le caratteristiche del prodotto, difendendolo in questo modo dai numerosi tentativi di imitazione.

I 6 dolci napoletani più famosi nel mondo.

L’Italia è una nazione ricca di dolci tipici, tra i più famosi del mondo troviamo alcune specialità della città di Napoli. Scopri la lista dei 6 dolci napoletani più famosi nel mondo. Napoli, crocevia di culture dolciarie L’abbondanza di specialità dolciarie presenti in questa città, probabilmente, è legato al fatto che il capoluogo partenopeo ha origini antichissime (“Neapolis” era uno dei centri nevralgici della Magna Grecia) e che nel corso dei secoli è stato dominato da un gran numero di popoli, ognuno dei quali gli ha lasciato in eredità uno specifico contributo culturale. In questa sorta di enorme calderone, i sapori greco-romani, quelli arabi, spagnoli e francesi hanno avuto modo di fondersi l’un l’altro, dando vita a preparazioni uniche. Di seguito riportiamo un breve elenco del “meglio del meglio” della produzione dolciaria della città del sole, prelibatezze dai nomi esotici, sempre più apprezzate non solo in Italia ma anche all’estero. 1. Il babà (“O’babbà”) Il babà è un dolce a pasta lievitata, cotto al forno, di dimensioni medio/piccole, facilmente riconoscibile per la tipica forma “a fungo”. Estremamente soffice, è insaporito con una miscela a base di rum (la cosiddetta “bagna”), anche se non mancano gustose varianti guarnite come quelli con panna, creme di vario tipo, cioccolata o frutta. 2. La pastiera La pastiera è una torta di pasta frolla, imbottita con una crema di ricotta vaccina, grano, uova, zucchero, canditi e una profumatissima acqua di fiori d’arancio. Di forma tonda, è facilmente riconoscibile grazie a un intreccio geometrico, realizzato con sottili strisce di impasto che ne impreziosisce la superficie. Nonostante sia nata come specialità Pasquale (alcuni studiosi sostengono possa essere stata inventata da alcune monache), attualmente è disponibile nelle pasticcerie napoletane nel corso di tutto l’anno. 3. La sfogliatella La sfogliatella al giorno d’oggi è disponibile in due varianti: la “frolla”, di forma rotonda e a base di pasta frolla, e la “riccia”, di forma vagamente triangolare, preparata con pasta sfoglia. La farcitura di entrambe le tipologie è la medesima: una crema a base di ricotta vaccina, semolino, zucchero, uova, vaniglia, cannella e frutta candita.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 4. Gli struffoli Gli struffoli sono una sorta di palline, realizzate con un impasto a base di farina, uova, burro e zucchero. Una volta fritte, vengono condite con miele e decorate con frutta candita e piccoli confetti colorati (i “diavolilli”). La specialità, dalle chiare origini arabe, non può mancare sulla tavola nel corso delle festività natalizie. 5. La zeppola di San Giuseppe Sebbene le origini della Zeppola di San Giuseppe siano dibattute, la più antica ricetta scritta di questa specialità giunta fino a noi (contenuta in un trattato di cucina dell’800) ne assegna la paternità alla città di Napoli. La preparazione più classica prevede l’uso di farina, uova e burro per realizzare un impasto, che può essere cotto al forno o fritto. La farcitura è a base di crema pasticciera, amarena e zucchero a velo.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 6. La zuppetta o diplomatico L’invenzione della zuppetta fu sicuramente ispirata dal millefoglie francese. A tal proposito, occorre ricordare che nell’Ottocento le famiglie aristocratiche del meridione d’Italia erano solite assumere abili cuochi d’oltralpe (i cosiddetti “monsù”, nomignolo derivato da “monsieur”) per amministrare le loro cucine. Si trattò di una vera e propria moda che diede vita a ricette squisite, ricche di contaminazioni, come appunto la zuppetta.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Questa si distingue dall’originale, a base di pasta sfoglia, per l’aggiunta di strati di pan di Spagna inzuppati nel liquore. Ti è piaciuto quest’articolo? Allora probabilmente apprezzerai quello dedicato alla ricetta delle Zeppole di San Giuseppe.

Caponata di verdure con mozzarella

Cerchi una ricetta vegetariana, ma ricca e gustosa? Prova la nostra caponata di verdure arricchita con mozzarella. INGREDIENTI 2 melanzane 2 pomodori 1 cipolla 2 gambi di sedano 80 g di olive verdi snocciolate 4 cucchiai di passata di pomodoro 1 cucchiaio di capperi 2 cucchiai di aceto di vino bianco 1 cucchiaio di zucchero olio extravergine d’oliva q.b. sale q.b. 50 g di pinoli 1 Bocconcino Nobili Abbiamo utilizzato: Bocconcino PREPARAZIONE Lava le melanzane e tagliale a cubetti di circa 2 cm di lato. Cospargile con sale grosso e lasciale riposare per circa un’ora. Trascorso questo tempo, sciacquale sotto acqua corrente e asciugale con della carta assorbente. In una padella antiaderente, fai dorare le melanzane in olio extravergine d’oliva, per circa 10 minuti. Mettile poi da parte. Taglia a cubetti anche i pomodori, la cipolla, il sedano e le olive. In una padella capiente, fai appassire la cipolla e poi aggiungi la passata di pomodoro, la dadolata di sedano e un po’ di sale. Cuoci per circa 10 minuti e poi aggiungi anche i pomodori, le olive e i capperi. Lascia cuocere per circa 10-15 minuti. Aggiungi le melanzane, l’aceto di vino bianco e lo zucchero, facendo sfumare il tutto. Abbassa la fiamma e lascia cuocere il tutto per altri 10-15 minuti. Infine, aggiungi i pinoli e il Bocconcino Nobili, tagliato a fettine La caponata di verdure arricchita con mozzarella è pronta.Ti è piaciuta questa ricetta? Allora potrebbe interessarti anche la ricetta della “Pasta ai formaggi Nobili“.

Formaggio e aceto balsamico: un binomio perfetto

Il formaggio e l’aceto balsamico sono due tra gli ingredienti più versatili ed apprezzati della gastronomia italiana, non a caso impiegati in un gran numero di preparazioni. Sarà dunque opportuno approfondirne la conoscenza e scoprire perché il loro abbinamento sia in grado di dar vita a un gusto unico, degno della tavola dei più raffinati gourmet.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] Il formaggio, una storia lunga 5000 anni. L’alimento che gli antichi romani chiamavano “caseus”, il formaggio appunto, ha origini antichissime, di gran lunga antecedenti l’età imperiale. Alcuni studiosi ipotizzano che per assistere alla sua nascita occorra risalire al 3000 a.C. (circa) o a un periodo storico addirittura antecedente. È pressoché certo che questa nascita fu dovuta al caso, nel momento in cui un pastore si accorse del prodigioso effetto prodotto dall’accidentale mescolamento di latte e caglio animale. Col passare dei secoli la tecnica di preparazione si affinò, dando vita a un’enorme varietà di prodotti caseari dalle caratteristiche più disparate. L’aceto balsamico, un condimento avvolto nel mistero. Se molto si sa sul formaggio, lo stesso non vale per l’aceto balsamico, che, spesso a causa della vasta offerta nei supermercati, mette in crisi i consumatori nella scelta. Occorrerà dunque fare un po’ di chiarezza. L’aceto balsamico tradizionale: l’“oro nero”. Ciò che al giorno d’oggi conosciamo come “Aceto Balsamico Tradizionale” fu la prima tipologia di aceto balsamico a essere inventata. Sebbene anche in questo caso, per individuare le sue origini, occorrerebbe risalire all’epoca classica, sappiamo per certo che, nel corso del Medioevo, si diffuse la fama di una prelibatezza emiliana degna della tavola di un re, talmente preziosa da essere conservata in piccole boccette d’argento. È più che probabile che quest’ “oro nero” fosse proprio la specialità che, attualmente, conosciamo come aceto balsamico tradizionale e che il suo costo elevato, allora come oggi, fosse dovuto ai tempi particolarmente lunghi necessari alla preparazione. Basti pensare che il suo invecchiamento e la conseguente maturazione possono durare decenni: un lasso di tempo in cui questa eccellenza del gusto si concentra sempre più, riducendo progressivamente il suo volume. La nascita dell’aceto balsamico. Fu proprio l’enorme successo dell’aceto balsamico tradizionale, suggellato nel corso delle Esposizioni Universali che si tennero a cavallo tra la fine del ‘800 e i primi del ‘900 (su tutte quella di Parigi del 1878), a spingere i produttori a ideare un’altra tipologia di questa specialità. Questa era meno densa e dagli aromi più delicati, adatta a un uso quotidiano, e costituiva lo squisito aceto che, tutt’oggi, spesso usiamo per condire. Un aceto che, necessitando di un breve invecchiamento, (60 giorni invece dei 12 anni del “tradizionale”) ha anche un costo più contenuto e quindi accessibile a tutte le tasche. L’abbinamento perfetto. Fatta questa doverosa presentazione del formaggio e dell’aceto balsamico, occorrerà spiegare cosa renda il loro abbinamento tanto speciale. È presto detto: in generale, l’acidità del balsamico si presta a bilanciare, per contrasto, la grassezza del formaggio, creando in bocca uno squisito sodalizio. Entrambi i prodotti sono caratterizzati da un gusto la cui intensità può variare ed è in base a essa che si dovrebbe calibrare l’abbinamento. Ad esempio, per accompagnare formaggi dal sapore deciso, come il gorgonzola, il pecorino stagionato o il Parmigiano Reggiano, sarà bene che la scelta ricada su un balsamico dall’aroma altrettanto forte, ovvero il “tradizionale”. Per formaggi con un gusto, invece, più delicato: come la nostra mozzarella o la ricotta consigliamo un aceto balsamico più delicato, con stagionature non troppo elevate. Per concludere ricordiamo che esistono piatti in cui questo splendido connubio di sapori è in grado di esprimersi al meglio: il risotto al taleggio e balsamico, i tortellini con Parmigiano e balsamico, i fichi con gorgonzola, mascarpone e balsamico. Ti è piaciuto quest’articolo? Immaginiamo che potrà interessarti anche “Degustazione di formaggi: come realizzarla a casa”.

Halal e haram, l’Islam nel piatto.

La religione islamica regola gran parte della vita dei propri fedeli: una popolazione enorme, residente non solo nei paesi arabi, ma anche in molte nazioni dell’Occidente. Tra le attività disciplinate da questo culto antichissimo c’è l’alimentazione, considerata di fondamentale importanza per preservare la purezza del corpo e dell’anima. Halal e haram Ed è proprio all’ambito dell’alimentazione che vengono applicate le regole indicate dai termini “halal” e “haram”: parole dal fascino esotico, che significano, rispettivamente, “lecito” (in arabo: حلال‎) e “proibito” (حرام), con riferimento a ciò che ogni buon musulmano può mangiare e bere, o meno. Si tratta di norme nate dall’esigenza di fornire pratiche utili per vivere al meglio nel deserto e che, col passare dei secoli, si sono trasformate in precetti sacri, la cui osservanza è fondamentale. I cibi “halal” Tra i principali alimenti considerati “halal” ricordiamo: La carne, soprattutto quella ovina e il pollame, in minor misura quella bovina e di cammello. Questa carne deve essere però macellata in modo appropriato (“dhabihah”), ovvero con una rapida e profonda incisione della vena giugulare, della carotide e della trachea, lasciando intatta la spina dorsale dell’animale. Nel corso della procedura il macellaio deve pronunciare il nome di Allah e il sangue deve essere fatto defluire completamente. Spesso questa carne viene tagliata a pezzi e impiegata nella preparazione di stufati con verdure. Alcune tipologie di pesce, soprattutto quello dotato di squame. I cereali, su tutti il riso e il frumento, utilizzato ad esempio per il “cous cous”, una delle più celebri specialità arabe (o, meglio ancora, berbere), il “bulgur” (diffuso soprattutto in Turchia e Tunisia) e la “pita” un pane di forma bassa e tondeggiante, impiegata per accompagnare, tra l’altro, il “kebab”. I legumi, come le fave, le lenticchie e soprattutto i ceci: ingrediente fondamentale di salse come l’ “humus” o di preparazioni come le polpette vegetali “falafel” (molto apprezzate in Egitto, Siria, Giordania, Libano, Israele e Palestina). Il latte e i suoi derivati, tra i quali spiccano un particolare tipo di yogurt, il “labneh”, e i formaggi, come lo “shanklish”. Un’ampia varietà di verdure, frutta secca (come le arachidi e i pistacchi) e soprattutto spezie (tra le quali il cumino, la curcuma, lo zafferano, la cannella, senza dimenticare gli immancabili semi di sesamo). [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] I cibi “haram” Per quanto riguarda i prodotti “haram”, quindi assolutamente vietati, basterà ricordare ad esempio: La carne di maiale e i suoi derivati. Il cinghiale, il coniglio e tutti gli animali carnivori. Va, inoltre, inclusa tutta la carne non macellata in modo rituale. Numerose varietà ittiche, come l’anguilla, il pesce spada, la razza, l’aragosta, l’astice e i frutti di mare. L’alcol nelle sue varie forme, dal vino alla birra e ai distillati. I cibi “mashbooh” Esiste, inoltre, una terza categoria, quella dei cosiddetti cibi “mashbooh”, vale a dire “sospetti” (in arabo: مشبوه), che rappresentano un pericolo per ogni musulmano strettamente osservante. Sono a rischio in quanto potrebbero essere preparati con alcuni ingredienti proibiti, talvolta celati, ad esempio, nei conservanti. In questa categoria ricadono molti prodotti caseari che richiedono una discreta attenzione nella scelta.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] Gli enti certificatori “halal” Considerata la vastità e soprattutto le enormi potenzialità del mercato alimentare destinato alla gente di fede islamica, col tempo sono nate vere e proprie società certificatrici (a loro volta autorizzate dalla “Halal International Authority”), che si occupano di analizzare i prodotti alimentari, attestandone l’appartenenza alla categoria halal, senza che il consumatore debba preoccuparsi di effettuare ulteriori verifiche.

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